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venerdì 12 aprile 2013

Il piacere della scoperta: Blaga Dimitrova

Mi piace farmi sorprendere dalle infinite possibilità che ci offre Internet. Mi capita spesso, infatti, di curiosare in giro: siti-web, Facebook, forum, Google per di più. Clicca di qua, clicca di là e poi mi imbatto in testi bellissimi, forti nella loro verità. Allora inzia una piccola-grande ricerca a caccia dell'autore del testo in questione. E sono sempre scoperte piacevoli, di una Vita, di tante passioni, di orizzonti ignoti. Sono scoperte che saziano la curiosità, alimentano l'immaginazione e coccolano l'anima. Fino al prossimo ritrovamento!

Blaga Dimitrova

Blaga Dimitrova nasce in Bulgaria il 2 gennaio 1922. Poetessa, scrittrice, redattrice, politico, donna. 
Laureata in Filologia Slava, studia anche pianoforte, disciplina che segnerà la grande sensibilità della sua vita d'artista. Scrittrice molto prolifera, collabora con diverse riviste letterarie. I suoi primi lavori poetici sono componimenti brevi, semplici ma diretti, forti nello spirito giovanile e nella scoperta di se stessa.
I testi successivi sono un riflesso del suo impegno politico e sociale. La Dimitrova, infatti, visita in diverse opportunità il Vietnam durante la guerra e adotta anche un bambino vietnamita. Partecipa, inoltre, alle conferenze internazionali sui diritti dell'uomo e pubblica testi di grande impegno sociale. Muore a Sofia il 2 maggio 2003.

Ecco cosa scrive Valeria Salvini (docente di Lingua e Letteratura Bulgara presso l'Università degli Studi di Firenze e traduttrice verso l'italiano della Dimitrova) su di lei:

La caratteristica principale della Dimitrova rimane, durante il suo intero percorso, quella di una costante ricerca di evoluzione personale, di possibilità infinite di realizzarsi in una sfida continua alle circostanze mutevoli connesse tanto alla sfera sociale che privata. Nel suo difficile cammino in verso e in prosa, dal 1937 ad oggi, non si è sentita comunque mai isolata, sorretta dall'ansia di far proprio quanto il mondo della cultura potesse via via offrirle.
Ora, una selezione personale delle poesie di Blaga Dimitrova (traduzioni in italiano naturalmente) che mi hanno spinto a scrivere questo post.

Blaga Dimitrova Bulgaria



IL CAMMINO FINO A TE
Fu lungo il mio cammino fino a te,
la vita intera quasi ti cercai
per serpeggianti avidi incontri
con altri, e tu non venivi.

E fino a dove s'apriva il tuo sguardo,
ombre attraversai e rumori sordi,
ma trapelava da me soltanto
purezza di suoni - per amor tuo.

Ogni tua carezza io piansi,
Prima che fosse nata la difesi,
e il nostro futuro incontro custodivo
con pazienza nel mio petto.

Fu lungo il mio cammino fino a te,
immensamente lungo, e quando tu davvero
finalmente davanti a me sei apparso,
ho riconosciuto te, ma me stessa a stento.

Immensi spazi avevo in me raccolto,
sconfinati aromi, timbri e desideri,
e abbracciavo ormai uno spazio così vasto
che accanto a me dovevi fermarti.

Fu lungo il mio cammino fino a te,
e ci ha unito per un incontro breve.
Sapendolo... di nuovo sceglierei
questo lungo cammino fino a te.

MATTINO
Era necessario un addio, perché capissi,
che non c'è un addio per noi.

Per sempre porterò in me quest'alba
come segno di bruciatura.
Alzàti sul far del giorno,
partimmo verso l'aeroporto grigio
ed eravamo contenti, perché era così lontano.

La mia ultima parola fu un sorriso.

E sopra di noi sorgeva con l'addio
l' incontro vero e l'amore.

DONNA SOLA IN CAMMINO
Scomodo rischio è questo
in un mondo ancora tutto al maschile.
Dietro a ogni angolo ti aspettano
in agguato incontri vuoti.
E percorri vie che ti trafiggono
con sguardi curiosi.
Donna sola in cammino.
Essere inerme
è la tua unica arma.

Tu non hai mutato alcun uomo
in protesi per sostenerti,
in tronco d'albero per appoggiarti,
in parete - per rannicchiarti al riparo.
Non hai messo il piede su alcuno
come su un ponte o un trampolino.
Da sola hai iniziato il cammino,
per incontrarlo come un tuo pari
e per amarlo sinceramente.

Se arriverai lontano,
o infangata cadrai,
o diventerai cieca per l'immensità
non sai, ma sei tenace.
Se anche ti annientassero per strada,
il tuo stesso partire
è già un punto d'arrivo.
Donna sola in cammino.
Eppure vai avanti.
Eppure non ti fermi.
Nessun uomo può
essere così solo
come una donna sola.
Il buio davanti a te cala
una porta chiusa a chiave.
E non parte mai, di notte
la donna sola in cammino.
Ma il sole come un fabbro
schiude i tuoi spazi all'alba.

Tu cammini però anche nell'oscurità
e non ti guardi intorno con timore.
E ogni tuo passo
è un pegno di fiducia
verso l'uomo nero
col quale a lungo ti hanno impaurita.
Risuonano i passi sulla pietra.
Donna sola in cammino.
I passi più silenziosi e arditi
sulla terra umiliata,
anche lei
donna sola in cammino.

FELICITÀ
Nel fondo di questa notte
la tenebra mi potrebbe soffocare
se accanto a me non ci fosse lui -
finestra aperta, illuminata
da cui prendere il respiro.

ERBA
Nessuna paura
che mi calpestino.
Calpestata, l'erba
diventa un sentiero.

SALA D'ASPETTO
L'intero spazio della mia vita
fu una sala d'aspetto da soglia a soglia,
racchiusa da vetri con aria in cornici d'acciaio
sotto le picche incrociate
di lancette d'orologio.

Stare in ascolto. Sussurrare. Trattenere il respiro.
Attendere un qualche segnale.
Ritardo. E di nuovo.
Ancora un poco. Già domani. Ancora
un attimo di pazienza infinita.

Se sbattevo l'ala contro l'aria vitrea,
invece di infrangerla,
era l'aria a spezzare la mia ala.

Sono già trascorsi i miei secondi.

Non saprò aspettare. Ma confuso
come in un sogno apparve
attraverso i vetri sporchi,
quasi in uno specchio nella nebbia,
il mio volto riflesso.

Era il volto stesso dell'attesa,
giunto al punto di pietrificazione.

E ho capito, all'improvviso:
c'è sempre un'ultima scadenza
per infrangerlo col naso -
per smuovere quest'aria inchiodata.

Non arriverà più un treno da altri luoghi.
Non più.

Dovrò io stessa diventare
il fischio di un treno lontano,
e un ritmo affannoso
sempre più veloce, sempre più vicino,
sempre più qui!

REBUS D'AMORE
In un certo ventoso crocivia
del caso e del probabile
un uomo con voce di serale chiarore
mi invitò all'interno del segreto.

Senza alcuna motivazione
di me stessa stupita
davanti a me stessa eretta
mi fermai sulla soglia.

E rimanemmo così
per sempre nell'inesplicabile
come due ombre di guardiani
davanti all'ingresso del desiderio.

Ora posso affacciarmi
nel profondo delle notti,
perché non sono più mie.

L'amore è desiderio
di provare il dolore fino in fondo
allo schiudersi degli occhi.
Poi, svelandosi,
si uccide da sé
ad occhi aperti.

L'ho salvato, mi chiedo,
quando l'ho costretto
alla cecità?

TUTTO E' AMORE
Non aver fretta! - mi sussurrava una segreta voce. -
Non è matura l'ora dell'amore! -
Ed io, incorreggibile disubbidiente,
Soltanto a lei, Dio, ho dato ascolto -
né io stessa so il perché.

Non aver fretta! - E i grappoli tintinnano -
le campane di pioggia e di bronzo solare,
e nelle botti il vino sogna la tempesta,
si inaridiscono e si screpolano le labbra,
salate da una goccia di sangue.

Mistero d'amore, io non ti ho riconosciuto
nello sbocciare istantaneo della primavera.
Come è tangibile ciò che non sfioriamo,
come il calice non bevuto inebria,
come tutto è amore!

SPERIAMO
Speriamo che l'attimo non ti colga,
completato tutto,
posto a coronamento un punto
come chiodo conficcato nella parete
alle tue opere sognate.

Speriamo che l'attimo non ti falci,
invitato quasi al giubileo, -
avendo coronato fino in fondo
con accordo di bravura
i sogni in tuo possesso.

E nemmeno una parola non detta fino in fondo,
e nemmeno un rigo non finito di cancellare,
e nemmeno un' idea abbandonata
per un qualche futuro
passo verso l'incompiutezza.

Questo vorrebbe dire
che prima ancora di incominciare,
eri già finita,
senza un chicco solo che germogli
nella terra in attesa.

Speriamo che l'attimo arrivi prima.

ILLUMINAZIONE
Entro nella vecchiaia in punta di piedi,
come in un bosco d'autunno,
passo dopo passo sulle foglie vive
che ancora cadono.
Davanti a me - l'albero della vita.

E lentamente con sguardo ansimante
salgo verso il passato
e scendo nei giorni futuri.
Finalmente! Tanto infinito è per me
il cammino senza fretta.

Le direzioni non sono avare di curve.
La lontananza non fa male.
Non colpisce il gong della luna.
Non può essere incatenato
lo spirito che ha infranto le catene.

Non ti può essere tolto
quello che hai dato.
Mi rimane un'ultima
goccia di luce senza fine.
E spira pace dal mondo intero.

IL DESTINO
Ma viene l'attimo quando
alla porta bussa il Destino
con la tua stessa mano.

Non puoi non aprirgli.
E mette in fuga il silenzio
con la voce tua.

Quel che è scritto per te -
con calligrafia incerta
sarai tu stessa a scriverlo.

Se per paura lo cancelli,
cancellerai il tuo volto
con il gesto tuo.

Il Destino prende dimora in te.
E dove potrai fuggire, tu,
più lontano dalla tua pelle?

FINO A QUANDO STARAI IN PIEDI
Non scordarti di gioire! -
gli alberi saggi sussurrano
e con le ginocchia falciate
con fragore cadono sotto la scure.
Non scordarti di gioire!
Fino a quando starai in piedi
fino a quando andrai incontro al vento
fino a quando respirerai l'altezza.

Fino a quando la scure resterà assopita.

IN TEMPO
Mi perdo nelle cavità del crepuscolo
dove si incrociano
ricordi e sogni.
Non ho più meta
da rincorrere.
Arriverò in tempo,
troverò la strada,
per quanto sia scura
la notte calante.

TESTAMENTO
Cercami nelle parole
che non ho trovato

AMORE
Ho perso l'andatura trascurata,
ho perso la mia risata presuntuosa
e il silenzio mite dell'anima,
e la freschezza nello sguardo distratto,
e di notte il sonno.

Ho perso i sentieri che mi attiravano,
la ribellione, e la libertà,
l'imprevisto, e il suono dei canti -
ho perso tutto, ma sono la più ricca
la più prodiga del mondo.

ABBRACCIO
Cuore nel cuore. E respiro nel respiro.
Così vicino a me, tanto da non vederti.
Oltre la tua spalla vedevo in lontananza un monte oscuro.
Ero protesa in uno slancio quasi a oltrepassarti.

Sentivo battere il cuore impazzito delle stelle.
Accoglievo il vento affannato, rivestito di foglie.
Mi aprivo alle ombre dei boschi che venivano incontro
e ai rami che si aprivano ad abbracciare la notte.

La lontananza inspiravo in un sorso enorme.
Premevo vento, nubi e stelle al mio petto.
E nel cerchio stretto di un abbraccio
ho rinchiuso l'infinito intero del mondo.

A DOMANI
- A domani! - dici tu e già te ne vai.
Con sguardo impaurito io t'accompagno.
A domani?... Ma domani è immensamente lontano.
Davvero tante ore fra noi si porranno?

Fino a domani per me sarà ignota
l'ombra mutevole della tua fronte,
il discorso ardente e pulsante della mano,
dei tuoi pensieri il fluire segreto.

Prima di domani, se vorrai bere, non potrò
essere la tua fonte. Se il freddo
ti avvolge - non sarò il tuo fuoco.
Se hai timore del buio - la tua luce.

- A domani! - tu dici e parti
e non senti nemmeno che non hai risposta.
- Al giorno estremo! - mi aspettavo dicessi
e rimanessi con me fino al giorno estremo.

DESIDERIO
Mi avvolgano ali, senza racchiudermi.
Il mio spirito aperto, non in me ripiegata.
Non dietro a una spalla, al sicuro protetta,
ma fianco a fianco contro il vento in bufera.

SENZA AMORE
Da questo momento vivrò senza amore.
Libera dal telefono e dal caso.
Non soffrirò. Non avrò dolore né desiderio.
Sarò vento imbrigliato, ruscello di ghiaccio.

Non pallida per la notte insonne -
ma non più ardente il mio volto.
Non immersa in abissi di dolore -
ma non più verso il cielo in volo.
Non più cattiverie - ma nemmeno
gesti di apertura infinita.
Non più tenebre negli occhi, ma lontano
per me non s'aprirà l' orizzonte intero.

Non aspetterò più, sfinita, la sera -
ma l'alba non sorgerà per me.
Non mi inchioderà, gelida, una parola -
ma il fuoco lento non mi arderà.
Non piangerò sulla crudele spalla -
ma non riderò più a cuore aperto.
Non morrò solo per uno sguardo -
ma non vivrò realmente mai più.

PERDITA
Non so se mi ero innamorata di te.
Mi innamorai però di altre cose, lo so:
di una stanza scomoda rivolta a nord,
di una teiera che crepitava di sera.

Degli alberi mi innamorai che toglievano spazio,
dei solitari e soffocanti cinema di quartiere,
dei dolorosi ricordi di prigione,
di un muro ferito dalle bombe.

Delle fermate del tram, delle foglie ricoperte di brina,
di una calda tasca con castagne bruciate,
della pioggia scrosciante, del suono del telefono,
perfino della nebbia fonda color cenere.

Di tutto il mondo mi ero innamorata, non di te.
Lo scoprivo nuovo, interessante, ricco.
Per questo soffro... Non per averti perso.
Altro ho perduto - il mondo intero.

I PIU' UNITI
Vuoi che rimanga per te solo un'amica.
Come posso capirlo?
Che mani fuse fino al dolore
ora si sfiorino appena?

Sguardi che assetati si bevevano al fondo -
accennino soltanto un saluto?
Labbra senza pietà ardenti
si scambino semplici frasi?

No, non siamo buoni amici.
Non può esistere un mezzo-amore.
Eravamo i più uniti... Per questo, da ora
nel mondo saremo i più estranei.

Testi tratti da Poesia Bulgara, bulgaria-italia.com

lunedì 9 luglio 2012

"Io mi sono una donna che dispera che non ha pace in nessun luogo mai..." Scoprendo ad Alda Merini

Alda_Merini_sigarettaMentre la dolce ma potente voce di Ella Fitzgerald esce lentamente dalle casse, rileggo i versi di Alda Merini. Poetessa italiana del Novecento, tormentata forse dalle stesse passioni e inquietudini di Virginia Woolf, fu ricoverata in una clinica psichiatrica per molti anni. Nella sua opera, perciò, si riflettono tematiche profonde, talvolta oscure ma mai prive di Vita, sulla sofferenza e i fantasmi della follia.
Alda Merini visse la sua vita circondata di amici poeti e artisti tra cui Giorgio Manganelli, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani; visse e scrisse anche da donna innamorata. 
 
Ecco a voi alcune delle sue poesie più belle secondo me:
RENDIMI I MIEI CAPELLI
Rendimi i miei capelli,
non portarli con te nelle tue pene,
inebriami di baci, come statua
che abbia compiuto musiche maggiori.
O coscia del destino semiaperto,
lascia che ti ricami una chimera
sull’avambraccio
prima che la follia del tempo
divori le caviglie.
Sei nata donna
ma tu sei così oscura
come tranello in cui tema il piede
di orizzontarsi. Sei la mia dimora,
la dimora traslata dalle vigne
che fa tacere anche il pavimento.

IO SONO UNA DONNA
a Salvatore Quasimodo
Io mi sono una donna che dispera
che non ha pace in nessun luogo mai,
che la gente disprezza, che i passanti
guardano con attesa e con furore;
sono un’anima appesa ad una croce
calpestata, derisa sputacchiata:
mi son rimasti solo gli occhi ormai
che io levo nel cielo a Te gridando:
toglimi dal mio grembo ogni sospiro!

TU NON SAI
Tu non sai: ci sono betulle che di notte 
levano le loro radici, e tu non crederesti mai 
che di notte gli alberi camminano o diventano sogni.
Pensa che in un albero c'è un violino d'amore.
Pensa che un albero canta e ride.
Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita.
Te l'ho già detto: i poeti non si redimono, 
vanno lasciati volare tra gli alberi 
come usignoli pronti a morire.

IO SONO FOLLE, FOLLE...
Io sono folle, folle,
folle di amore per te.
Io gemo di tenerezza
perché sono folle, folle,
perché ti ho perduto.
Stamane il mattino era sì caldo
che a me dettava questa confusione,
ma io ero malata di tormento
ero malata di tua perdizione.

O IL VELEGGIARE DEL TUO CALDO PENSIERO
O il veleggiare del tuo caldo pensiero
sopra la mia parola
e il tuo dormire selvaggio
accanto al mio seno vivo;
o l’adombrarsi della primavera
quando cade il suono del seme
sulla terra feconda di parola.
Così tu sei l'esempio
del sole mio.

ED ERA UN MATTINO BUGIARDO
a Rino Escalante
Ed era un mattino bugiardo
uno dei tanti mattini
in cui entrai in un nefasto sogno:
era un sogno di pesanti paure,
di zolle devastate
era il sogno di un impossibile amore.
Le nostre mani furono disserrate
schiodate come le mani del Cristo
inutili furono i nostri abbandoni,
qualcuno ci ferì alle spalle
non so chi, non so chi
forse una forza umana
forse la forza del destino
forse tu stesso, amore,
mi hai colpita alle spalle.

Da ALLA TUA SALUTE, AMORE MIO
Amore,
vola da me
con l'aeroplano di carta
della mia fantasia,
con l'ingegno del tuo sentimento.
Vedrai fiorire terre piene di magia
e io sarò la chioma d'albero più alta
per darti frescura e riparo.
Fa' delle due braccia
due ali d'angelo
e porta anche a me un po' di pace
e il giocattolo del sogno.
Ma prima di dirmi qualcosa
guarda il genio in fiore
del mio cuore.

Da VUOTO D'AMORE
Spazio spazio, io voglio, tanto spazio
per dolcissima muovermi ferita:
voglio spazio per cantare crescere
errare e saltare il fosso
della divina sapienza.
Spazio datemi spazio
ch’io lanci un urlo inumano,
quell’urlo di silenzio negli anni
che ho toccato con mano.

mercoledì 13 giugno 2012

Oggi, Eugenio Montale


Eugenio Montale nasce a Genova il 12 ottobre 1896, il più piccolo dei sei figli di una famiglia medio-borghese. Egli trascorre parte della sua infanzia nella Riviera Ligure (Le Cinque Terre), dove la famiglia va in vacanza, ed è proprio questo paesaggio mediterraneo e arido lo stimolo ideale per svegliare la curiosità del giovane Montale. Sebbene si diploma in ragioneria, Eugenio Montale è un grande autodidatta, che coltiva i suoi interessi letterari e artistici frequentando le biblioteche della città e assistendo a lezioni di filosofia impartite dalla sorella Marianna. In questo periodo, scopre anche la passione per il canto, disciplina che studia con l'ex baritono Enrico Sivori e che manterrà viva per tutta la vita, senza mai però esibirsi in pubblico.
Montale_sigaretta_scrivereLe sue opere liriche sono caratterizzate da una profonda testimonianza delle inquietudini dell'uomo moderno, generate da quel mondo che lo incuriosisce ma al tempo stesso lo affligge. Montale riesce a cogliere quel senso di smarrimento derivato dalla frattura insanabile tra l'uomo e il mondo circostante; per fare ciò, il poeta utilizza un linguaggio fortemente simbolico: la natura e i suoi elementi in Ossi di seppia (1925), la donna-angelo in Le occasioni (1939).
Le altre sue raccolte poetiche sono La bufera e altro (1956) e Satura (1971), in memoria della moglie Drusilla Tanzi, morta nel 1963. Eugenio Montale, Premio Nobel della Letteratura nel 1975, muore a Milano il 12 settembre 1981.

Volevo condividere oggi con voi alcuni dei suoi componimenti più belli secondo me. Buona lettura!

Ossi di seppia - Meriggi e ombre
III - Casa sul mare
Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.

Ossi di seppia
Meriggiare pallido e assorto
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d' orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch' ora si rompono ed ora s' intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com' é tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Portami il girasole
Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
é dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

Spesso il mal di vivere
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Forse un mattino andando
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi vedró compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andró zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Le occasioni
Non recidere, forbice, quel volto
Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre
Un freddo cala…
duro il colpo svetta
e l’acacia ferita da sé scrolla il guscio di cicala
nella prima balletta di novembre.

II - Mottetti
L’anima che dispensa
furlana e rigodone ad ogni nuova
stagione della strada, s’alimenta
della chiusa passione, la ritrova
a ogni angolo piú intensa.

La tua voce è quest’anima diffusa.
Su fili, su ali, al vento, a caso, col
favore della musa o d’un ordegno,
ritorna lieta o triste. Parlo d’altro,
ad altri che t’ignora e il suo disegno
è là che insiste do re la sol sol...

Xenia I
Avevamo studiato
Avevamo studiato per l'aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.
Non ho mai capito se io fossi
il tuo cane fedele e incimurrito
o tu lo fossi per me.
Per gli altri no, eri un insetto miope
smarrito nel blabla
dell'alta società. Erano ingenui
quei furbi e non sapevano
di essere loro il tuo zimbello:
di esser visti anche al buio e smascherati
da un tuo senso infallibile, dal tuo
radar di pipistrello. 

Xenia II - Satura
Ho sceso dandoti il braccio
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perchè con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perchè sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

sabato 9 giugno 2012

"E se ne andò colla sua sporta sotto il braccio". Il ritorno negato di 'Ntoni Malavoglia


Oggi volevo scrivere sulla mia vita e sulla letteratura; anzi, volevo trovare un testo che mi fosse rimasto impresso nella memoria e perché no, nel cuore, e che in qualche modo fosse collegato alla mia vita o fosse stato parte delle mie riflessioni notturne. Ecco che cercando tra le mie cartelle del computer ho visto il file Tesina di Letteratura Italiana, scritta da me due anni fa. 
Scelsi come argomento le inquietudini esistenziali di 'Ntoni Malavoglia, facendo un particolare riferimento al motivo della soglia, molto ricorrente nel romanzo di Giovanni Verga. Devo ammettere di essere stata molto soddisfatta allora, non tanto perché fosse piaciuta al professore, bensì perché mi piacque assai il tema e mi diede la possibilità di rileggere questo capolavoro verghiano sotto un'altra luce, dopo esperienze di vita simili a quelle del giovane Malavoglia (solo per il fatto di considerarmi una specie di "esule", non per le tragedie familiari o aver accoltellato Don Michele, sia chiaro!). A voi, qualche passaggio del mio elaborato [ho tralasciato le citazioni a pié di pagina per motivi estetici; naturalmente, le parti tra virgolette non mi appartengono].

Giovanni Verga nasce a Catania il 2 settembre 1840, da padre discendente dal ramo cadetto di una famiglia nobile e da madre borghese. Dopo una serie di romanzi a sfondo patriottico, comincia a scrivere dei romanzi brevi, le cosiddette novelle, tra cui Fantasticheria (1879) e Rosso Malpelo (1878). Esse diventano una specie di laboratorio, dove il Verga si allena e prepara i ferri del mestiere che gli consentiranno poi di delineare il ciclo de I Vinti, una raccolta che prevedeva cinque romanzi, di cui però soltanto due furono portati a compimento. Secondo Verga (1881), infatti, “I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, la Duchessa de Leyra, l’Onorevole Scipioni, l’Uomo di lusso, sono altrettanti vinti che la corrente ha deposti sulla riva, dopo averli travolti e annegati, ciascuno con le stimate del suo peccato, che avrebbero dovuto essere lo sfolgorare della sua virtù". 
L’ultima parte della novella [Fantasticheria] enuncia ciò che può essere considerato la linea guida de I Malavoglia, ovvero l’ideale dell’ostrica, che esalta l’attaccamento degli umili al proprio ambiente e la “rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti” (Verga, 1879). Ma il concetto forse più interessante di questo ideale è quello di chi, staccandosi dallo scoglio “per vaghezza dell’ignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo”, è condannato ad una vita di fallimento e di sofferenza. Infatti, secondo questo principio, chi lascia il nido per immergersi nella fiumana del progresso e della storia non può che rimanerne stravolto, e ogni speranza di miglioramento gli sarà negata. Più difficile sarà, invece, la sorte della stessa persona se decidesse di ritornare dai suoi dopo aver varcato i confini del suo villaggio, poiché si renderà conto che, di fronte all’impossibilità di reintegrarsi alla vita del paese, non gli resta che ripartire, questa volta però, per non tornare più. Ecco cosa succede a ‘Ntoni Malavoglia.
E se ne andò colla sua sporta sotto il braccio; poi quando fu lontano, in mezzo alla piazza scura e deserta, che tutti gli usci erano chiusi, si fermò ad ascoltare se chiudessero la porta della casa del nespolo, mentre il cane gli abbaiava dietro, e gli diceva col suo abbaiare che era solo in mezzo al paese. Soltanto il mare gli brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai fariglioni, perché il mare non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole, anzi ad Aci Trezza ha un modo tutto suo di brontolare, e si riconosce subito al gorgogliare che fa tra quegli scogli nei quali si rompe, e par la voce di un amico. Allora 'Ntoni si fermò in mezzo alla strada a guardare il paese tutto nero, come non gli bastasse il cuore di staccarsene, adesso che sapeva ogni cosa, e sedette sul muricciuolo della vigna di massaro Filippo.
Così stette un gran pezzo pensando a tante cose, guardando il paese nero, e ascoltando il mare che gli brontolava lì sotto. E ci stette fin quando cominciarono ad udirsi certi rumori ch'ei conosceva, e delle voci che si chiamavano dietro gli usci, e sbatter d'imposte, e dei passi per le strade buie. Sulla riva, in fondo alla piazza, cominciavano a formicolare dei lumi. Egli levò il capo a guardare i Tre Re che luccicavano, e la Puddara che annunziava l'alba, come l'aveva vista tante volte. Allora tornò a chinare il capo sul petto, e a pensare a tutta la sua storia. A poco a poco il mare cominciò a farsi bianco, e i Tre Re ad impallidire, e le case spuntavano ad una ad una nelle vie scure, cogli usci chiusi, che si conoscevano tutte, e solo davanti alla bottega di Pizzuto c'era il lumicino, e Rocco Spatu colle mani nelle tasche che tossiva e sputacchiava. - Fra poco lo zio Santoro aprirà la porta, pensò 'Ntoni, e si accoccolerà sull'uscio a cominciare la sua giornata anche lui. - Tornò a guardare il mare, che s'era fatto amaranto, tutto seminato di barche che avevano cominciato la loro giornata anche loro, riprese la sua sporta e disse: - Ora è tempo d'andarmene, perché fra poco comincierà a passar gente. Ma il primo di tutti a cominciar la sua giornata è stato Rocco Spatu.

[...]
Grazie a questi usi verbali, vediamo che ad Aci Trezza il tempo è circolare, e come in natura, i cambiamenti sono apparenti e ciclici, poiché alla fine tutto rimane immutabile; persino le azioni umane sembrano ritornare eternamente nella vita del paese. ‘Ntoni invece, in quanto esule o, perché no, futuro emigrante italiano del XIX secolo, appartiene al tempo lineare della storia e, quindi, non può più fare parte di quel mondo abitudinario che è Aci Trezza. Da qui la contraddizione simbolica della chiusa del romanzo: l’eterno ritorno è concesso soltanto a chi, il suo paese, non l’ha mai lasciato.

martedì 5 giugno 2012

Un pensiero all'Emilia Romagna

In Emilia-Romagna non sono nata, né ho trascorso la mia infanzia. I miei parenti non sono emiliani né tantomeno romagnoli. In questa zona, però, sono cresciuta e sono forse diventata chi sono ora: la ragazza latinoamericana se sono in Italia, e la donna europea se mi trovo a Buenos Aires. Mi sono anche innamorata da queste parti, ho fatto tanti amici, ho studiato, ho lavorato, ma ho avuto qualche delusione, come tutti poi. Sarebbe più fedele ai fatti se mi riferissi alla Romagna, quella terra magica che è ormai parte di me; tuttavia, le circostanze giuridiche, culturali e storiche vollero che l'Emilia e la Romagna fossero un'unica cosa. Perciò sono sorelle anche in questi momenti, anzi, lo sono ancora di più perché è nel bisogno che si vedono gli amici, i fratelli, le sorelle. 
So che un post in un blog non contribuisce di certo ad aiutare i terremotati di Finale Emilia o di Mirandola, ma ci tenevo a dedicare un pensiero per iscritto a quella regione che tanto mi ha dato, soprattutto perché mi ci trovo lontana e più di così non credo di poter fare.

Beh, forse una cosa posso farla, anzi, mi sento in dovere di fare: vi lascio dei link dove potete trovare tanti modi per aiutare le zone colpite.

Invece, in questo blog troverete un reportage e informazioni molto utili per dare una mano alle famiglie colpite dai terremoti dei giorni scorsi. 

Condivido con voi una poesia di Giovanni Pascoli dedicata alla sua cara Romagna che, anche se non è la zona in questione, mi piace e mi ricorda la terra della piadina e il sangiovese!

Romagna
a Severino

Sempre un villaggio, sempre una campagna
mi ride al cuore (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l’azzurra visïon di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese

cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.
Là nelle stoppie dove singhiozzando
va la tacchina con l’altrui covata,
presso gli stagni lustreggianti, quando
lenta vi guazza l’anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,

e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,
gettarci l’urlo che lungi si perde
dentro il meridïano ozio dell’aie;

mentre il villano pone dalle spalle

gobbe la ronca e afferra la scodella,
e ’l bue rumina nelle opache stalle
la sua laborïosa lupinella.

Da’ borghi sparsi le campane in tanto

si rincorron coi lor gridi argentini:
chiamano al rezzo, alla quiete, al santo
desco fiorito d’occhi di bambini.

Già m’accoglieva in quelle ore bruciate

sotto ombrello di trine una mimosa,
che fiorìa la mia casa ai dì d’estate
co’ suoi pennacchi di color di rosa;

e s’abbracciava per lo sgretolato

muro un folto rosaio a un gelsomino;
guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,
chiassoso a giorni come un biricchino.
Era il mio nido: dove, immobilmente,
io galoppava con Guidon Selvaggio
e con Astolfo; o mi vedea presente
l’imperatore nell’eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via

con l’ippogrifo pel sognato alone,
o risonava nella stanza mia
muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allora allor falciati

de’ grilli il verso che perpetuo trema,
udiva dalle rane dei fossati
un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interminati, erano quelli

ch’io meditai, mirabili a sognare:
stormir di frondi, cinguettìo d’uccelli,
risa di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,

tutti tutti migrammo un giorno nero:
io, la mia patria or è dove si vive:
gli altri son poco lungi; in cimitero.

Così più non verrò per la calura

tra que’ tuoi polverosi biancospini,
ch’io non ritrovi nella mia verzura
del cuculo ozïoso i piccolini,
Romagna solatìa, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

lunedì 7 maggio 2012

Itaca - Costantino Kavafis


Se ti metti in viaggio verso Itaca,
augurati che sia lunga la tua strada,
e piena di peripezie e conoscenze.
I Lestrigoni e i Ciclopi,
Poseidone iracondo non temere:
mai te li troverai sul tuo cammino
se il tuo pensiero è alto, e nobile
è il sentimento che ti tocca anima e corpo.
I Lestrigoni e i Ciclopi,
il feroce Poseidone non li incontrerai
se non abitano già nella tua anima,
se la tua anima non te li mette contro.
Augurati che sia lunga la tua strada
che siano molti i mattini d’estate
quando con piacere, con gioia
approderai in porti sconosciuti;
ti fermerai negli empori fenici
e acquisterai preziose mercanzie,
madreperle e coralli, ambra ed ebano,
profumi voluttuosi d’ogni genere,
quanti più puoi profumi voluttuosi.
Va’ in molte città dell’Egitto,
a imparare e imparare dai sapienti.
Sempre nella tua mente tieni Itaca.
Giungervi è il tuo destino.
Ma non affrettare troppo il viaggio.
Meglio che duri molti anni:
e vecchio ormai approdi alla tua isola
ricco di quanto ti ha fruttato il viaggio,
ricchezze non attenderti da Itaca.
Itaca il bel viaggio t’ha donato.
Senza di lei non ti mettevi in viaggio.
Altro non ti darà.
E se la trovi povera, Itaca non ti ha ingannato.
reduce così saggio, con queste esperienze,
avrai capito quel che vuol dire un’Itaca.


Volevo iniziare quest'avventura narrativa con la traduzione della famosa poesia di Costantino Kavafis perché molto ha significato per me negli ultimi cinque anni. Ricordo ancora quando la professoressa d'Italiano delle superiori ci diede, come regalo in ricordo degli anni trascorsi insieme, una piccola busta bianca con dentro un biglietto giallo: ecco che per la prima volta, leggevo Itaca. Era un'altra versione, più armoniosa, aveva forse un ritmo più bello. L'effetto impresso su di me, però, è ciò che porto sempre nel mio cuore. In senso letterale, l'idea del viaggio come momento di scoperte, ritrovamenti, gioia; in senso metaforico, il concetto della vita come viaggio perenne, dove non importa la meta o l'approdo, perché la meta è già lì, c'è sempre stata, intrinseca: è il viaggio in sé.
La pelle d'oca c'è sempre ogniqualvolta leggo questa poesia, cosa che succede due o tre volte all'anno. Il mio viaggio è anche questo, rileggere emozioni quante volte sia necessario affinché io possa apprendere tutto ciò che la vita ha da offrirmi. Itaca è il viaggio, così come il viaggio è la vita. Quanto vi sia di destino e quanto di libero arbitrio...beh, questo io non lo so, ma mi piace credere che, tra un infinito ventaglio di Itache, sta solo a noi sceglierne una. 


Questa versione non l'ho fatta io, ma l'ho trovata su internet, ecco il link: http://www.sardegnadigitallibrary.it/documenti/17_27_20110706173104.pdf